domenica 10 aprile 2011

C'E' CHI DICE NO (film) di G.B. Avellino, Italia 2011

Inizierò con un accorato appello ai registi italiani: quando ambientate un film a Firenze, per favore prendete attori con l'accento fiorentino. Perché nei film romani si parla romanesco e in quelli fiorentini un'assurda storpiatura? Prendete ad esempio il titolo del film. Invariabilmente l'imitatore lo pronuncerà più o meno "sc'è hi disce no", pensando - sulla scia della famosa "hoha hola halda hon la hannuccia horta" - che tutte le c vengano aspirate. Ma non è così, non è così. Eppure, a Firenze gli attori non mancano mica, da Benigni in giù. Ne abbiamo perdonate tante, noi fiorentini: ci fu il Geppetto televisivo di Nino Manfredi, per dire, o il Tognazzi di Amici Miei, e glie le perdonammo perché erano dei grandi attori. Nel caso della Cortellesi, non vedo proprio perché dovremmo.
Ma vengo al film. Tre vecchi compagni di scuola si rincontrano. Uno è un giornalista precario, lei è un medico ospedaliero e il terzo un contrattista universitario. Tutti e tre dovevano "passare di ruolo" e invece sono stati scartati a favore dei soliti figli o nipoti di papà. Vittime di ingiustizie professionali, della parentopoli e del malcostume, decidono di ribellarsi e lo fanno usando le armi che i registi di second'ordine ormai appiccicano per défault ai toscani, appunto da Amici Miei in poi: lo sberleffo, lo scherzo al telefono, il pan per focaccia. Il clima è ancora quello delle "zingarate", ma più incerto e meno riuscito. La caratterizzazione dei personaggi non si scosta di un nanomillimetro dai banali cliché della satira all'italiana. Sembra di assistere alle commediole in vernacolo che andavano nei teatrini di quartiere di Firenze tanti anni fa, con il nobilastvo che pavla con la evve, e così via.
Non manca la straniera che, disgustata dall'italietta, si ribella ai metodi da mafia della sua nuova famiglia; però, però... il marito brutto, ricco e raccomandato se l'era sposato. Possibile che non si fosse accorta di nulla e che ci sian voluti gli scherzi dei nostri per farle aprire gli occhi?
Albertazzi fa la parte del rettore universitario corrottissimo, anzi il capo dei maneggioni, ma almeno intelligente. Dopo di lui il diluvio, gentuccia che neppure sa intrallazzare per bene, mezze figure che lasciano tracce imbarazzanti e non sanno stare al mondo. Certo, in confronto agli altri attori Albertazzi è un gigante, ma vien da chiedersi perché abbia accettato una parte, sia pure poco più di un cammèo, in un film così marginale.
Peggio che marginale, direi irritante. E la mia solidarietà va ai tanti veri discriminati, a quelli che non ce l'hanno fatta, i quali se andranno a vedere questo film scopriranno che la colpa è stata loro, perché "non hanno detto no". Tutto sommato il sistema che li ha schiacciati non era poi questo gran mostro. Bastava una telefonatina, una bombetta puzzolente ben piazzata: il barone sarebbe schiattato, e il posto liberato.
Ahimè non è così, naturalmente. Il sistema è antico quanto l'Italia, o forse quanto la civiltà. Anzi, oggi si è ancor più raffinato, consolidato; e non saranno certo le bravate di tre ragazzotti a metterlo in crisi. Del resto, al regista sembrano interessare assai poco gli aspetti di denuncia del suo film. Quel che gli interessa è la gag, lo scherzo, la faccia del professore davanti alla buca da piscina scavata sulla porta di casa sua, e via dicendo. Più che ad Amici Miei, in vari momenti sembra attingere alla comicità televisiva di Scherzi a parte. E non è un caso: dalla biografia del regista, ecco i suoi precedenti lavori: Casa Vianello, Crociera Vianello, Quelli che il Calcio, Pressing e, buon ultimo, il film di Ficarra e Picone. Potevamo attenderci altro?

giovedì 17 marzo 2011

IL CIGNO NERO (BLACK SWAN), film di Darren Aronofsky, USA 2010

"Film vietato ai minori di 14 anni", ammonisce il cartello all'ingresso del cinema. Eppure, è chiaro che il target di Aronofsky è un pubblico di imberbi. Imberbi e minus habentes, si direbbe. Che cosa si fa, infatti, con gli sprovveduti? Si deve spiegare tutto, sin nei minimi particolari. E così si affanna a fare Aronofsky con noi: già all'inizio, il direttore di una compagnia di ballo, interpretato da Vincent Cassel, si rivolge alle ballerine (ma indirettamente a noi) e riepiloga la trama del Lago dei Cigni. Ed è piuttosto ridicolo, visto che tutte le ballerine da che mondo è mondo crescono a pane e cigni.... (e guarda caso, le critiche al film delle ballerine di professione sono state più che severe).
E' in ballo la scelta della nuova étoile che interpreterà sia cigno bianco che cigno nero nella nuova messa in scena. Il direttore vuole dunque un'interprete in grado di essere a un tempo virginea e provocante, angelica e sulfurea. La scelta, quasi per irridente provocazione, cade su una poveretta (Natalie Portman), che per essere vergine lo è eccome, vittima di una madre possessiva e asfissiante, ma per essere anche seduttrice, per diventare cigno nero, di strada ne deve fare parecchia.
E così palcoscenico e vita vera si attorcigliano attorno alla neopromossa prima ballerina. Il fatto è che, pur bravissima, è troppo inibita: la madre, ex ballerina fallita, ripone in lei tutte le proprie ambizioni e la vizia tragicamente con attenzioni eccessive, enormi pupazzi di pelouche e perfino un carillon per addormentarsi. Troppo: ovunque si giri, Aronofsky calca la mano quasi dubitando che il pubblico possa non capire. E quando Cassel spiega alla Portman che avrà la parte solo se riuscirà a vincersi, le parole utilizzate sono esplicite che più esplicite non si potrebbe e le mani si allungano, tanto per ribadire il concetto, in parti assai intime della ragazza. A scanso di ogni equivoco.
Dunque vita e musica si confondono, e viene in mente un film del tutto diverso come Il Concerto; ma quello era un film magari non riuscitissimo ma di spessore, con vari registri, dal comico al drammatico... Qui invece tutto è soltanto maledettamente serio.
La prima del balletto incombe, le prove fervono e la ragazza è perfetta ma ancora algida. Chiaramente le manca qualcosa: il sesso. Per fortuna entra in scena una collega dalla sensuale femminilità che le scioglie nel bicchiere una certa polverina evidentemente molto, molto effervescente. Le inibizioni crollano d'un colpo, assieme al rispetto per la madre bacchettona. Nel locale notturno, dove le due imbroccano altrettanti ragazzotti, i bagni sono fatti per accoppiamenti frettolosi e voraci, sotto l'effetto delle pasticche e dell'alcool; ma loro finiscono a casa e sbarrano l'uscio alla mamma, dopodiché una scena saffica lascia, anche qui, ben poco all'immaginazione. Salvo poi scoprire che era tutto un sogno. Già perché, oltre al sesso, alla ragazza manca anche qualche venerdì: le allucinazioni si confondono con la realtà e ciò che si vede non sempre accade davvero. E' così che il regista ha modo di esagerare un'altra volta: succo di pomodoro a sfare, accoltellamenti, suspence ovunque a profusione, tanto per non lasciarci, neppure qui, dubbio alcuno; e poi palate di psicanalisi d'accatto, fra conflitti con la madre e l'autolesionismo di una poveretta che si spella le unghie e la schiena per farsi del male.
E così l'iniziazione della ballerina, la sua ascesa al genio artistico non passano, come il direttore mandrillo aveva inteso, dall'emancipazione sessuale, ma dal dilagare della follia.
Finisce con l'apoteosi della "prima", con lei che conquista il pubblico con una incarnazione del cigno nero non soltanto tecnica ma integralmente fisica, tanto che dalle spellature le escono piume nere e lei, danzando, si trasforma in un cigno color catrame. Par di rivedere La mosca, quel film di tanti anni fa dove il protagonista scienziato, per un errore, si trasformava via via in un orribile insetto, con tanto di setolacce nere. Ma lì sì che c'era vera angoscia!
Qui invece si ride, parola mia: ridevo io ma ridevano anche altri in sala, quando non occupati a tapparsi gli occhi di fronte all'attrice che si strappava le unghie, le piume e cose del genere. Ridevano sì: magari non i minus habentes in target; ma gli altri, quelli che non sentivano voglia di imparare alcunché da questo regista, non potevano proprio trattenersi.

domenica 16 gennaio 2011

La bellezza dell'asino (film), di e con Sergio Castellitto

Non ho parole, lo confesso. Ieri sera non vedevo l'ora di uscire dal cinema e adesso mi manca la voglia di occuparmi di questo inutile e insopportabile film.
Ricavato da un soggetto di Margareth Mazzantini, scrittrice di successo e moglie dello stesso Castellitto, il film è un impasto colloso di luoghi comuni, umorismo a buon mercato e veri e propri ricalchi da altri film.
Castellitto, nella veste di attore, è un architetto romano evidentemente di successo: grande casa, bella moglie e bella macchina. Le sue spine nel fianco sono una figlia diciassettenne che cerca di districarsi dall'abbraccio asfissiante suo e della mamma (sbaglierò ma mi sembra di averne già sentito parlare) e una governante polacca che sembra un ufficiale delle Schutzstaffen. Dimenticavo, l'altra spina è l'età: ossessionato dai cinquant'anni cerca di allontanare da sé lo spettro dell'invecchiamento. E ce la mette tutta, poveretto: si fa l'amante, solleva pesi, si veste da giovanotto.... una patetica macchietta, lui con i suoi due sodali e coetanei, ognuno coi suoi tic e le sue miserie. Tutto patetico, anche l'incapacità degli autori di scrivere qualche dialogo decente.
La moglie, una Laura Morante sempre fotocopia del film precedente, fa la psicanalista. E giù con le solite tiritere sull'inconscio, sui pazienti che adorano calarsi i pantaloni, sulle terapie, sulle nevrosi dello stesso terapeuta. Tutta ottima materia per sketches pseudo-comici e battutacce... Figuriamoci se mi metto a difendere la psicanalisi, con l'opinione che ne ho; ma a vedere il film quasi mi vien voglia di farlo!
La figlia cerca scampo da simili genitori in rifugi estremi (droghe escluse, beninteso: qui siamo nel politically correct ed anzi è il padre a farsi di spinello e lei a deplorare, ma che brava!). Alla fine porta a casa un inebetito Enzo Iannacci in veste di fidanzato settantenne, che è il motore (immobile, per la verità) della trama. Uno scandalo! I genitori strabuzzano gli occhi e danno di matto.
Lo scandalo però, e questo aiuta, capita in una gran villa di campagna, mi sembra in Umbria tanto per essere originali, dove i "coniugi Castellitto" hanno radunato, ma guarda un po', tutti i personaggi precedentemente visti nel film, compresi i pazienti pazzi di lei. Così da fornire in abbondanza situazioni presunte comiche.
Il tutto mentre un asino solitario, dal campo di fronte, sta lì a fare le cose sue, ovvero niente.
Genitori inetti e autoreferenziali, psicanalizzandi cretini, figli e figliastri ebeti o troppo in gamba per i genitori, la cameriera nazista e lo pseudo-guru Iannacci, nonché un pitone scambiato per cobra, tutti iniziano a esprimersi al meglio delle scarse loro possibilità fra parolacce di dubbio gusto e gags deprimenti anche se capaci talvolta, non so proprio come, di strappare al vicino di cinema una risata sgangherata.
Quanto a Iannacci se la cava con poco: il suo ruolo di guru consiste in poche parole biascicate. Le sue pensose banalità più che all'intelligenza al massimo attingono al buon senso, e spesso neppure a quello: mitico quando, in un soprassalto di dignità, lui settantenne spiega alla minorenne che è meglio lasciarsi. Che classe squisita, che nobiltà d'animo! Non prima di essersela perlomeno baciata, però...
E l'asino? Si limita a guardare di sottecchi, anzi spesso neppure quello. Qualcuno lo carezza, lui non fa una piega. Esattamente ciò che dovremmo fare noi, se non fossimo spinti al cinema dalla pubblicità.

venerdì 10 dicembre 2010

TOSCA, di Giacomo Puccini, Dir. Zubin Mehta, Firenze,Teatro Comunale, dicembre 2010

Sarà che mancano i soldi, sarà qualcos'altro, ma la Tosca vista al Comunale di Firenze lascia molto insoddisfatti. Il 9 dicembre, prima di iniziare, uno sconsolato direttore artistico si affaccia ad aggiornare il bollettino dell'infermeria. Questa volta è Giovanni Meoni, Scarpia, a sentirsi poco bene e ad aver bisogno della benevolenza degli spettatori. Tanto che durante la rappresentazione beve in continuazione (vino?) e alla fine neppure esce a prendersi gli applausi. Eppure è risultato forse il migliore, accanto a una brava ma trasparente Adina Nitescu (Tosca).
Gravemente insufficiente è apparso Misha Didyk nella parte di Cavaradossi: veramente a corto di voce, soprattutto all'inizio.
Le scene sono classiche e non dicono gran che. Solo l'interno della chiesa romana di S. Andrea della Valle, nel primo atto, presenta una cupola messa di tre quarti molto interessante. Per il resto, solo riproduzioni identiche, nessuna novità, nessun colpo di genio, neppure un tentativo.
Zubin Mehta è un grande: talentuoso, leader vero, simpatico e capace di adattarsi, accetta tutto, anche la scarsezza di mezzi e la pochezza degli interpreti, orchestra compresa. Si sa che non è colpa sua e viene da ringraziarlo per questo mettere a repentaglio la sua immagine restando a Firenze a dirigere un Maggio dimesso, ormai ridotto a manifestazione marginale.
Marginale? Sì, e lo si vede da tutto: il teatro Comunale ha i muri di un color giallo sporco, dalle crepe trasuda umido e muffa. Ormai come edificio è abbandonato al suo destino, in vista della imminente demolizione: al suo posto si costruiranno dei condomini, mentre il nuovo teatro dovrebbe sorgere alla Stazione Leopolda, speriamo bene....
Ma il più chiaro testimone di questa decadenza è il pubblico: schiere di ragazzini delle scuole armati di i-phones, turisti stranieri reclutati tramite agenzie on line... per carità, mica vogliamo fare gli snob; ma questo tipo di pubblico la dice lunga sul target attuale del glorioso Maggio Musicale Fiorentino e anche su Firenze come piazza culturale nel terzo millennio. Il sipario, alla fine, si chiude fra applausi standard e largamente inconsapevoli, si chiude su una nuova mediocre puntata di una manifestazione in evidente crisi.

martedì 30 novembre 2010

VIENI VIA CON ME (serie TV con Fabio Fazio e Roberto Saviano, Rai3 2010)

Come sarebbe bello poter parlare bene di Vieni via con me! Lo vorrei sinceramente, e me lo consiglierebbero la formula innovativa, la ricerca di serietà (per certi versi premiata dal risultato), la sobrietà gestita come un valore, la simpatia - tutto sommato - del cerimoniere Fabio Fazio, la voglia finalmente di contrapporre qualcosa di efficace, qualcosa capace di fare ascolti, alla moda delle squinzie di una certa TV mediasettina, ma non solo, completamente disimpegnata (non dirò di destra, quella non è né di qua né di là). Lo attesta perfino uno che non ti aspetteresti mai, come Vittorio Feltri: qualcosa di nuovo c'è, dice, e si vede; che gli altri imparino, per una volta.
Dunque vorrei, ma non posso. La stima e l'apprezzamento iniziali si frantumano via via che la trasmissione va avanti. E' così tutte le volte: si comincia pieni di attese e si finisce per cambiar canale prima della fine, quando ormai l'irritazione ha preso il sopravvento.
E' abile questa cosa degli elenchi: una trovata in sordina che però ha un tocco di stile. Potrebbe fornire l'asciuttezza necessaria a parlare in TV di cose importanti. Potrebbe essere lo stile giusto per ridare fiato a idee e slanci ridotti un po' nell'angolo dall'andazzo generale, per piegare la televisione a temi e sollecitazioni più elevati, per gettare il velo delle veline e provare a andare a fondo.
E invece? Invece prevale la solita retorica. Si chiamano figli di vittime a dire che dei genitori morti mancano loro il sorriso, gli sguardi, e simili cose verissime, per carità, ma che in TV non si possono dire senza scadere in un ammiccante sentimentalismo. D'altra parte è proprio il mezzo espressivo, la TV, che non tollera certe cose. Bisognerebbe dirglielo, farsene una ragione, capire che alla giusta causa, e alla dignità dei figli e delle vittime stesse, la lacrimuccia non porta alcun aiuto. Si mandano i poveri figli innocenti, oppure i protagonisti del volontariato vero, quello silenzioso, allo sbaraglio su un terreno non loro, in un'esibizione circense senza rete alcuna. Che vergogna!
Le liste, poi, da essenziali si fanno sempre più discorsive (don Ciotti docet), perdendo il loro carattere di nobile e sobria testimonianza. E perdendo sempre più di efficacia, senza colpa dei poveretti che le recitano, palesemente impreparati a gestire il mezzo. Gli autori avrebbero dovuto guidarli, spiegare loro quanto possa pagare riuscire a restare calmi nella narrazione delle peggiori avversità, generosi verso gli avversari, obiettivi anche quando ti hanno colpito negli affetti più cari. Avrei voluto che facessero loro rileggere un vecchio libro come Le mie prigioni di Silvio Pellico, ma anche Se questo è un uomo di primo Levi. Dove la ferocia, la crudeltà, l'ingiustizia non sono giudicate ma solo descritte, e il giudizio morale emerge in ogni lettore come una conquista propria, intima, privata, per restarvi durevolmente.
Invece no: perfino una persona serissima come il Procuratore Nazionale Antimafia Grasso rischia di sputtanare la sua ammirevole e coraggiosissima battaglia per la legalità infarcendo la lista di pistolotti, molti dei quali anche politicamente orientati. Chi l'ha aiutato a capire il mezzo televisivo di cui stava servendosi? Chi l'ha guidato? Nessuno, l'hanno lasciato solo in balìa di nove milioni di spettatori.
E Saviano? Un aspirante divo. Peccato, perché alla vanità che lo contraddistingue sono associate, ne sono convinto, anche buone intenzioni. Ma la vanità prevale: dagli occhi che guardano sempre in alto con aria ispirata, alle pause celentanesche, dense di significati, al tipo di inquadratura... tutto, fin dalla scelta di esprimersi in forma di "sermone", è finalizzato alla creazione di una star. Anzi di un sacerdote, di una vestale. La quale sciorina dati non sempre veri, spaccia qua e là opinioni per dati di fatto, prestando il fianco a critiche da chi non aspettava altro.
Ma il problema peggiore, che non è solo di Saviano ma di tutta la trasmissione, è un altro. Qualcuno mi dica se ha ascoltato una proposta, anche una sola, su "che fare". No, ci si crogiola snocciolando le brutture, elencando i disastri, additando responsabilità e colpe, quasi lucrando sulle malefatte, sulle disgrazie (con aria, me ne scuseranno, perfino vagamente iettatoria), ma non una parola su che cosa loro avrebbero fatto o propongono di fare. Beh, un po' comodo, anche perché allora l'obiettivo da raggiungere non sembra più tanto la soluzione dei problemi, quanto piuttosto l'alto gradimento, lo share, come si dice, e la fama. Ahimè, anche loro!
Ma sì, l'idea di fondo c'è ed è giustissima, ovvero che la mafia non si batte con (o solo con) la polizia e i giudici, ma piuttosto con la diffusione dell'impegno personale e della cultura della legalità. Giustissimo, ma come fare? A trasmissione conclusa, non ne abbiamo ancora idea.

domenica 21 novembre 2010

Devil (film), di Drew e John EricK Dowdle, USA 2010

Le circostanze e il luogo in cui si assiste ad uno spettacolo non dovrebbero influenzare il giudizio critico sull'opera; tuttavia non posso tacere l'impressione prodotta su di me dal "multisala" di estrema periferia in cui Devil era programmato nella mia città. Un non-luogo di tale squallore da far stringere il cuore; una sala grande, dallo schermo gigante, ma così cupa da allarmare prima ancora dell'inizio del film horror; un odore di pop-corn talmente intenso da risultare disgustoso anche a un appassionato; ragazzotti tutti uguali e vestiti uguali (jeans e piumino), tutti palesemente depressi al di là degli atteggiamenti forzatamente allegri... Può darsi dunque che un po' dell'impressione negativa sul film sia dovuta all'ambiente circostante e non propriamente alla pellicola.
La quale è stata realizzata con un budget modesto, e dunque presenta un cast non di primissimo piano, ma non manca di pregi. A cominciare dalle prime inquadrature di una metropoli americana vista da sotto in su. Inquadrature bellissime.
La storia è intrigante: 5 persone si trovano bloccate nell'ascensore di un grattacielo. Sono persone molto diverse fra loro, ma più avanti si scoprirà che sono accomunate da un particolare non da poco: sono infatti tutte, a vario titolo, macchiate dal peccato. E fra di loro si annida nientemeno che il diavolo. Il problema è che non si sa chi dei cinque lo sia: non lo sappiamo noi spettatori ma soprattutto non lo sanno loro, che infatti, via via che il contrattempo diventa un dramma, iniziano a sospettarsi a vicenda, a minacciarsi, a combattersi, e infine a morire, uno dopo l'altro. Già, perché il diavolo è venuto a prendersi le sue vittime: prima ci gioca come il gatto col topo, e infine le fa sue senza scampo.
L'orrore corre sul cavo dell'ascensore, alligna come un sesto personaggio nella cabina bloccata. La morte si annuncia con il tremolare delle luci, col buio entro il quale il diavolo ha agio di colpire indisturbato. A nulla valgono gli sforzi umani, i cellulari accesi a tentare di contrastare l'abisso del buio: tutto inutile, tutto vano.
All'esterno, un poliziotto dalla vita tragicamente colpita dalla sorte tenta di intervenire, di dirigere i poveri malcapitati tramite una telecamera e un microfono, ma la fatalità diabolica finirà per farlo ritrovare a tu per tu con la tragedia che lo ha segnato in passato.
I mezzi utilizzati per far salire la tensione non sono proprio eccezionali né originali: spesso sanno di espediente e non fanno sobbalzare più di tanto. Il phil rouge che tiene insieme la storia è il racconto che la mamma faceva ad una delle guardie giurate del grattacielo, un ispanico molto superstizioso, quando era bambino: dalla voce atterrita di questi, e dai suoi ricordi, comprendiamo, nell'incredulità degli altri personaggi, che siamo in presenza del diavolo, e ci giungono premonizioni su quanto sta per accadere nell'ascensore: un filo assai tenue, perfino ridicolo.
Eppure non riesco a demolire tutto. In particolare, il finale costituisce una sorpresa: certo anche per il ribaltamento della situazione, che fa scoprire il diavolo dove meno te lo aspetteresti e costituisce il coup de theatre tipico di un thriller. Ma soprattutto perché esibisce dei valori positivi, capaci di risparmiare la vita all'ultimo dei personaggi, di negare la soddisfazione finale al diavolo e di ristabilire sulla terra degli uomini un certo equilibrio di bontà. Sono valori come il pentimento, il perdono e perfino la confessione. Non sappiamo se gli autori siano o meno di fede cattolica, ma nel film si afferma in modo inequivoco il valore della dichiarazione-confessione del male commesso come forma di espiazione e lavacro. E funziona, salvando dalla dannazione! Nulla di più lontano dal mondo luterano/protestante.
Di più non si può pretendere da un horror destinato a una platea di ragazzotti, accorsi al cinema con veri e propri barili di pop-corn, incapaci di inorridire davanti allo squallore del luogo dove la nostra barbarie li costringe a bivaccare, bisognosi, per provare emozioni, di stimoli forti ma appena appena elementari.

sabato 13 novembre 2010

Uomini di Dio, film di Xavier Beauvois (Francia 2010)

O Musa degli Stroncatori, aiutami! Guidami le dita sulla tastiera, indirizza il mouse sul tappetino, affinché io possa parlar male di Uomini di Dio. Perché non è facile porsi contro questo film maturo, per certi versi profondo, e per di più politically correct.
Che cosa dunque non va in Uomini di Dio? Direi il tema. Gli autori infatti trattano temi sui quali fare film, per quanto volenterosamente, o con grandi risorse intellettuali, morali o tecniche, è impossibile. Primo fra tutti, l'eroismo Non è un tema su cui fare un film introspettivo o di testimonianza morale. Ci si possono fare western, quanti Rambo volete, perfino film di guerra a volontà, ma a patto che sulla verità prevalga la fiction. Al contrario, se il film vuol rendere con verosimiglianza e adesione psicologica una vicenda umana, e questa è stata un autentico atto di eroismo, essa rimarrà sempre irraggiungibile e il film risulterà sempre inadeguato.
La storia vera, in questo caso, è quella di un manipolo di fraticelli in terra islamica, benvoluti e rispettati da tutti nel vicino villaggio, che vengono prima minacciati, poi presi in ostaggio e infine trucidati da un commando di terroristi sedicenti islamici, piovuti quasi da un altro pianeta sul pacifico territorio del monastero. E' la tesi dell'estremismo islamista che nulla ha a che fare né con la pacifica religione della gente né con il Corano, che invece predicherebbe la fratellanza. Si potrà essere più o meno d'accordo con questa visione - forse un pelino buonista - ma il fatto è che la sua traduzione cinematografica è comunque abbastanza ingenua e dunque insoddisfacente. Peggio, direi: è paternalistica, perché nel film i frati curano, comprendono, perfino ammirano, benedicono e accettano benedizioni ma sempre da una condizione di forza, da un gradino di altezza dove li pongono la religione cattolica, l'essere europei, la civiltà di cui sono portatori. Ce li pone tutto, su questo invisibile piedistallo: perfino la rinuncia, la povertà, quello cioè che dovrebbe tirarli in basso: la rinuncia infatti, come dice a un certo punto un frate, per un credente è il veicolo dell'elevazione. Nella realtà è giusto che sia così, ci mancherebbe: la forza della fede è la forza di chi sa di essere nel giusto e non teme di dichiararlo, neppure a costo della vita; ma nel film questo pregiudizio di superiorità diventa quasi un fastidio, se non un autogol. Alla festa di "para-battesimo", un predicatore maomettano dice che Dio si serve di messaggeri vari, non importa di che tipo. Quanto più limpido finisce per apparire questo tipo di tolleranza, rispetto alla tolleranza ideologica dei frati!
E siamo al secondo argomento impossibile: la fede religiosa. Mettere in scena la devozione, la santità, in ultima analisi anche in questo caso l'eroismo dell'uomo-pulce davanti a Dio è impresa titanica, che neppure ottimi registi riescono a far quadrare. Agiografia e retorica sono i principali rischi in agguato; e per quanto il regista abbia dichiarato che i suoi sforzi sono stati indirizzati a evitare iperboli e superlativi, tutto il film risulta in sospetto di celebrazione. Si ha spesso l'impressione di intravedere lo sforzo nel rendere sentimenti troppo elevati, troppo distanti da noi poveri uomini normali: sforzo recitativo degli attori, sforzo creativo di autori e regista; e così l'illusione si sfalda e dal muro del monastero, sullo schermo, qua e là trapela quel che c'è dietro davvero: il set di una produzione cinematografica.
Il film indaga non tanto sulla tragica conclusione della vicenda, quanto sull'attesa della catastrofe: entra nei cuori dei frati sondandone il coraggio, le paure, la dinamica (per la verità non chiarissima) dalla iniziale voglia di fuga di alcuni fino alla decisione unanime di restare, di dare testimonianza fino alla morte, quando essa appare ormai quasi certa. Mette in luce certo le debolezze di alcuni ma soprattutto la bontà di tutti, la buona fede, e infine l'assoluta dedizione e devozione alla causa e a Dio, perfino la capacità, che è propria solo dei grandi, di sciogliere il cuore al capo dei terroristi e di commuoversi alla sua sordida fine.
A proposito, quel capo terrorista che prima passa per le armi senza tanti complimenti tutti gli occidentali che incontra, che è dichiarato dalla stessa popolazione locale come un alieno con il Corano a fargli da lugubre foglia di fico, ma poi si arresta sulla soglia del monastero, discetta di fede e dialogo interreligioso col padre superiore, con lui recita i versetti coranici e finisce per andarsene coi suoi senza bottino, è quanto di più inverosimile - e meno chiaro nel film - si possa immaginare.
Ma c'è dell'altro: vorrei proprio sapere chi è l'autore dei versetti cantati dai frati nelle loro litanìe: magari mi sbaglio ma mentre le note sono di tipo gregoriano, ovvero austere e cariche di echi medievali, i testi mi sembrano ammiccanti, lirici forse qua e là ma non certo liturgici, anzi quasi ridicoli nella loro ampollosità.
Nel complesso il film è ben fatto, ben costruito, ben recitato, non dico di no; e mi riferisco soprattutto al casting, capace di rintracciare tipi estremi quasi da vangelo pasoliniano, o addirittura caricature pseudoleonardesche (tranne il padre priore, il cui volto accattivante sembra una concessione alle esigenze di un vasto pubblico). Lo ripeto: non si tratta di un film da buttare ma la santità, l'eroismo, la fede erano con ogni probabilità nella vicenda reale, non abitano qui.