Vent’anni sono passati, anzi volati dal primo Diavolo. Tutto è cambiato nel mondo e molto si trova cambiato anche in questo secondo film. Nel copione, come nella realtà, il giornalismo non è più lo stesso, insidiato dai social networks, e non lo è più neppure il mondo della moda: i managers fanno i conti con le minori risorse messe a disposizione dagli azionisti e l’imprenditoria li fa con la superficialità della nuova generazione di tycoons. Solo il volto di Meryl Streep si pretende che rimanga immutato, e pertanto appare tumefatto dalla chirurgia estetica, lisciato dal cerone ed anche (sospettiamo) ritoccato in sala video con il Life Casting.
Stesso regista (David Frankel) e stessa sceneggiatrice (Aline
Brosh McKenna) non bastano però a garantire la stessa mordace ironia, lo stesso
disincantato sarcasmo della prima prova. Qui sono prevedibili perfino le
battute messe in bocca al bravissimo Stanley Tucci, che si sforza non poco
senza però raggiungere il grado di simpatia di vent’anni prima.
Ed anche la storia è prevedibile: alzi la mano chi non aveva
già capito chi sarebbe stato il deus ex machina a salvare la pericolante
baracca della rivista Runway, di Miranda e di Andy Sachs (Anne Hataway). Ma
poi, che salvezza può essere questa che, mentre il mondo viene mostrato con le
spalle già girate altrove, consiste nell’iniezione di soldi da parte di un’improbabile
simil-Yoko Ono che non bada agli utili dell’impresa?
Già, il mondo tutto attorno è cambiato e Miranda deve addirittura
volare in Economy (ma si presume che dopo la bacchetta magica della quasi Yoko
Ono tornerà in top class, tanto chissenefrega dei bilanci). Il mondo è cambiato
ma il fashion non ha perso i suoi atteggiamenti; i quali però vent’anni dopo
sono diventati ancora più urticanti di allora per i poveri mortali,
e per quanto nel film ci vengano presentati come tutto sommato meritevoli, non
mancano di provocare un non voluto fastidio. Anzi, questo fastidio viene favorito
e incoraggiato, ben più che nel primo film, da scene a dir poco imbarazzanti:
come altrimenti definire la cena di gala sotto l’Ultima Cena di Leonardo? Ecco,
è così che quel mondo glamour intende l’arte: tutt’al più come un set, una
location esclusiva nella quale collocare i propri “eventi” di gente che
senza nemmeno alzare gli occhi sorseggia un drink o assaggia le pietanze di uno
chef stellato.
Una crescente tristezza si insinua nello spettatore via via
che l’improbabile vicenda va avanti, gonfiata da iniezioni di buonismo ancora
peggiori di quelle di botulino sul volto della Streep (ah, il lunch in cui le
due giovani rivali si professano amiche nonostante tutto!), fino a un finale
che, come accennato, non può certo né convincere né tantomeno commuovere.