mercoledì 13 maggio 2026

UN BALLO IN MASCHERA (Opera) di G. Verdi, regia di Valentina Carrasco (Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 12 maggio 2026)

 

Firenze, 12 maggio 2026. Va in scena la prima di Un ballo in maschera. Una gragnuola di fischi e di buuu saluta la regista Valentina Carrasco presentatasi sulla scena alla fine della rappresentazione. Condivido la disapprovazione del pubblico, e vorrei motivarla dal mio punto di vista.

Influisce su questa stroncatura il fatto che tengo Un ballo in maschera fra le mie opere preferite. Una messa in scena sgradevole non è solo una delusione privata, la soffro anche come un atto di lesa maestà nei confronti del grande Verdi. Intendiamoci, non voglio scandalizzarmi a priori per la trasposizione della vicenda in un’America anni Sessanta. Sono disposto ad accettarla ed anche a sopportare sovrani, cortigiani e congiurati infagottati in giacchette e cravatte tipo Fantozzi rag. Ugo. Non è questo il punto, per quanto vada anche detto che ormai tale tipo di presunta attualizzazione è diventata una moda un po' frusta.

Si comincia con una scena che sullo sfondo mostra gigantografie di John Kennedy con i suoi. Fin qui niente da dire: il regicidio può far pensare alla vicenda di Kennedy, presidente molto amato e molto odiato nel contempo proprio come Riccardo. Fra le comparse si vede una simil-Jacqueline con due bambini, a rafforzare la trasposizione temporale. Nell’opera originale, di moglie e figli di Riccardo non vi è traccia: è vero che nel finale il morente Riccardo dice “Addio per sempre miei figli”, ma per figli si devono intendere i sudditi, tanto è vero che nella primissima scena egli chiama figli i deputati che gli recano suppliche! E poi, nell’originale Riccardo è colpevole di avere insidiato la moglie del suo fedele Renato… così invece lo risulta pure del tradimento verso una propria fantomatica moglie! Doppio tradimento dunque, non solo nella finzione verso i coniugi, ma anche nella regia verso il profilo del personaggio, così come tratteggiato da Verdi e dal librettista Antonio Somma.

Tuttavia, all’inizio questa scelta kennedyana non sembra poi tanto male, può funzionare. Ma perché, nella scena della strega Ulrica, tirare in ballo la questione razziale, Martin Luther King, i cappucci da Ku-Klux-Klan e i costumi da gospel? Ma come, signora Carrasco, Lei va a sollevare la questione razziale proprio in un’opera dove si parla di “immondo sangue de’negri”? Non era meglio sorvolare? Ma forse è soltanto una personale captatio benevolentiae, una strizzata d’occhio al solito politically correct, qui decisamente fuori tempo e fuori contesto. E c’era davvero bisogno, per tener su la cosa, di trasformare la maga Ulrica in un ometto, cioè di vestire la cantante da uomo, pure lui ovviamente in giacchetta e cravattina?

La vicenda prosegue e si sposta in quello che per Verdi è “l’orrido campo ove s’accoppia / al delitto la morte”, cioè dove vengono eseguite le pene capitali. In questo luogo terrificante Amelia, come noto, dovrà cogliere l’erba magica capace di liberarla dal colpevole e disperato innamoramento per Riccardo. Ma ecco che al Maggio fiorentino l’orrido campo si trasforma in un vicolo suburbano, con esterno di postriboli dove le meretrici adescano i clienti. Tanto per ribadire il concetto, due cartelli indicano le toilettes separate, una per bianchi e una per colored. Ha un senso?

Vorrei poi ricordare che, nel finale, il moribondo Riccardo dice a Renato, sposo di Amelia: “Ella è pura…rispettato ho il suo candor… Io l’amai, ma volli illeso / il tuo nome ed il suo cuor” (e sottolineo il “volli”). E’ questo uno dei punti chiave dell’opera, ed anche quello meno assimilabile alla vicenda Kennedy: l’eroe e l’eroina sono torturati da un reciproco amore impossibile, ma rimangono saldi nella loro dirittura morale e nella lealtà verso Renato. Invece qui al Maggio Lei, signora Carrasco, fa spogliare Riccardo (parzialmente, per fortuna) e lo fa avviluppare con Amelia in un petting abbastanza esplicito…  Ma allora quando Riccardo nel finale si rivolge a Renato garantendogli la purezza di Amelia gli sta raccontando una balla? Mente sapendo di mentire? Suppongo che la scena vagamente hard alludesse alla disinvoltura sessuale di Kennedy (poi difatti ancora ribadita da una silhouette di Marilyn Monroe esposta durante il ballo finale); ma ne valeva la pena? E’ lecito snaturare un’opera-monumento, piegarla ad esigenze o velleità espressive diverse ed esclusivamente proprie? Beh, secondo me la risposta può anche essere sì, a patto però che i risultati siano convincenti, innovativi, originali. I fischi del Maggio fiorentino raccontano che non è andata così.

 

domenica 10 maggio 2026

IL DIAVOLO VESTE PRADA 2 (film) di David Frankel, USA 2026

Vent’anni sono passati, anzi volati dal primo Diavolo. Tutto è cambiato nel mondo e molto si trova cambiato anche in questo secondo film. Nel copione, come nella realtà, il giornalismo non è più lo stesso, insidiato dai social networks, e non lo è più neppure il mondo della moda: i managers fanno i conti con le minori risorse messe a disposizione dagli azionisti e l’imprenditoria li fa con la superficialità della nuova generazione di tycoons. Solo il volto di Meryl Streep si pretende che rimanga immutato, e pertanto appare tumefatto dalla chirurgia estetica, lisciato dal cerone ed anche (sospettiamo) ritoccato in sala video con il Life Casting.

Stesso regista (David Frankel) e stessa sceneggiatrice (Aline Brosh McKenna) non bastano però a garantire la stessa mordace ironia, lo stesso disincantato sarcasmo della prima prova. Qui sono prevedibili perfino le battute messe in bocca al bravissimo Stanley Tucci, che si sforza non poco senza però raggiungere il grado di simpatia di vent’anni prima.

Ed anche la storia è prevedibile: alzi la mano chi non aveva già capito chi sarebbe stato il deus ex machina a salvare la pericolante baracca della rivista Runway, di Miranda e di Andy Sachs (Anne Hataway). Ma poi, che salvezza può essere questa che, mentre il mondo viene mostrato con le spalle già girate altrove, consiste nell’iniezione di soldi da parte di un’improbabile simil-Yoko Ono che non bada agli utili dell’impresa?

Già, il mondo tutto attorno è cambiato e Miranda deve addirittura volare in Economy (ma si presume che dopo la bacchetta magica della quasi Yoko Ono tornerà in top class, tanto chissenefrega dei bilanci). Il mondo è cambiato ma il fashion non ha perso i suoi atteggiamenti; i quali però vent’anni dopo sono diventati ancora più urticanti di allora per i poveri mortali, e per quanto nel film ci vengano presentati come tutto sommato meritevoli, non mancano di provocare un non voluto fastidio. Anzi, questo fastidio viene favorito e incoraggiato, ben più che nel primo film, da scene a dir poco imbarazzanti: come altrimenti definire la cena di gala sotto l’Ultima Cena di Leonardo? Ecco, è così che quel mondo glamour intende l’arte: tutt’al più come un set, una location esclusiva nella quale collocare i propri “eventi” di gente che senza nemmeno alzare gli occhi sorseggia un drink o assaggia le pietanze di uno chef stellato.

Una crescente tristezza si insinua nello spettatore via via che l’improbabile vicenda va avanti, gonfiata da iniezioni di buonismo ancora peggiori di quelle di botulino sul volto della Streep (ah, il lunch in cui le due giovani rivali si professano amiche nonostante tutto!), fino a un finale che, come accennato, non può certo né convincere né tantomeno commuovere.

Ma l’operazione andava fatta, il successo di pubblico (prevedibile anche quello, come tutto il film) era preda troppo facile per i produttori. Noi pure ci siamo accodati per andarci a sorbire questo non-capolavoro che non potevamo certo mancare.

mercoledì 4 febbraio 2026

LA GRAZIA (film) di Paolo Sorrentino, Italia 2025

Roma, Italia. Il Presidente della Repubblica si chiama Mariano De Santis. È un colto, raffinato, integerrimo ed esperto giurista, ma come uomo (vedovo e padre) è una frana: un figlio è dovuto scappare in Sudamerica e scrive testi rap; la figlia, giurista come lui, gli fa da assistente e vorrebbe insufflargli un po’ di umana pietas, ovvero lo vorrebbe convincere a firmare due provvedimenti di grazia per altrettanti omicidi dai risvolti commoventi, ma soprattutto a firmare una legge che renda lecita l’eutanasia. Ma lui non cede. Prende tempo, non è convinto, non se la sente neppure quando, a necessitare della buona morte, è un povero cavallo della scuderia. Assiste all’agonia, ma si rifiuta di dare l’ok al colpo di pistola. E se è così con un cavallo, figuriamoci con i casi umani.

Alla fine la figlia si stufa e va a raggiungere il fratello oltreoceano, lasciandolo solo col suo dilemma: conciliare umanità e diritto?

Taglierò qualche passaggio (anche perché, come i miei due vicini di cinema, qualche cascaggine l’ho patita) e arrivo al sodo. Sperimentata l’agonia e la morte senza aiuti del cavallo, e spinto dall’amor filiale, De Santis decide di andare in prigione a parlare con i due in predicato di grazia. È l’occasione per rivedere i luoghi piemontesi dove in gioventù aveva conosciuto la moglie, che lui ha amato di amore vero, e che lui pensa e ripensa ad ogni sigaretta che accende, ma senza riuscire a perdonarle una scappatella di ben quarant’anni fa. Anche in questo il suo approccio sentimentale è decisamente scarso.

Alla fine, senza che io stia qua a rivelarla (ma non è che sia poi tanto difficile da intuire), la soluzione si presenta sì, ma non come prodotto di una riacquistata umana pietas, ma come ulteriore scatto concettuale da fine giurista.

E fin qui tutto piuttosto bene. Non posso negare che questo film si faccia vedere e solleciti anche qualche interrogativo serio. Ma il problema sono i tic del regista, l’insopprimibile bisogno di adornare la pellicola di scene stancamente surreali, grottesche e soprattutto inutili. Mi riferisco ad esempio alla figura del papa, chissà perché rappresentato come un rasta giamaicano dai riccioli raccolti a coda e la papalina sopra, e che ancora sopra ci piazza un casco per svignarsela in motorino dall’amico troppo serio. Ma che c’entra?

E il robot-cane che gira per Roma e precede la processione quando lui lascia il Quirinale per tornare a casa? Vabbè, qualche senso ci si può sempre trovare, ma che bisogno c’era? E le sigarette? Valeva la pena di adottarle (come già avveniva in Parthenope) quali cifre di qualche presunto profondo significato?

Ma il tic più eclatante è l’appiattimento su un attore. Toni Servillo è bravo, va bene: basta guardarlo, dicono in tanti. Ma i film di Sorrentino sembrano confezionati sulla sua recitazione monocromatica e mono-espressiva. E alla fine, in tutto questo appiattimento, il film risulta a tratti noioso, proprio come l’attore. Al quale chiederemmo, che so, un vago accenno di sorriso, un’azione leggermente diversa dall’accendersi una sigaretta e tenerla nel mezzo della bocca… Per la verità qualche sgommata il Sorrentino glie la fa fare, come quando gli fa dire la parola “cazzo”, o quando lo mette a recitare un testo rap sotto gli occhi stupiti di un piantone simil-guardia svizzera. Ma è proprio da queste stonature che risalta l’incapacità del Servillo di uscire dal suo stereotipo, dalla gabbia della sua espressività immobile. Chissà che interpretazione avrebbe dato dello stesso ruolo, per dire, un Marcello Mastroianni – fermo anche lui, è vero, nel suo personaggio, però quanto più comunicativo!

In conclusione, questo è uno di quei film che non si possono ignorare, che vanno visti perché se ne parla e perché l’aspettativa è alta. Qui Sorrentino se la cava già meglio che nell’insopportabile e presuntuoso La grande bellezza, o nell’inguardabile Parthenope; però, devo dirlo, la disapprovazione fa a gara in me, forse vincendo, con l’apprezzamento.

 

venerdì 28 novembre 2025

CINQUE SECONDI (film) di Paolo Virzì, Italia 2025

 Il tipico soggetto burbero di una certa cinematografia minore italiana in queso film si è isolato dal mondo e vive fra immondizia e sgocciolii dal soffitto in una sorta di volontario eremitaggio, nel pieno di una Maremma da cartolina illustrata. E' l'ex scuderia di una villa andata in rovina. L'eremita (Valerio Mastandrea) non firma le raccomandate per non trovarsi vis à vis col postino; non vuole lì nemmeno l'idraulico quando la caldaia si guasta. Figuriamoci quando a pochi metri da casa gli compare un gruppetto di giovanotti decisi a riattare un vecchio vigneto andato in malora! Lui ne combina di ogni, chiama perfino la polizia per farli sgomberare. D'altra parte la sua è una storia terribile: ha perso la figlia disabile, o meglio l'ha quasi (anzi senza quasi) lasciata morire apposta nelle acque di un lago laziale, e per questo sta subendo un processo, al quale peraltro è assai poco interessato.

Una scombinata ma affezionata Giuliana (Valeria Bruni Tedeschi) lo esorta a difendersi in tribunale dalle accuse di una ex moglie assai somigliante a Crudelia Demon, ma lui è riluttante.

Ma intanto fa amicizia con i giovanotti, che lavorano alacremente tra i filari. Trattasi di neo-figli di neo-fiori, un tipo di giovani esistente solo nella fantasia dei vecchi: tutto in comune, forse anche il sesso, ruoli sociali a farsi benedire, rifiuto delle convenzioni, amore per la zolla, poveri ma belli... non mi vengono in mente altri stereotipi, ma ce ne sarebbe bisogno. Però la capetta non è una qualsiasi, anzi è la "contessina" Guelfi-non-so-cosa, mica robuccia. La sua famiglia era la proprietaria di villa, parco e vigneti, ma è caduta in rovina, e una cattivissima agente immobiliare prepara l'asta e fa visitare la villa agli interessati. Nemmeno gli altri sono proprio da buttare. Non sono mica extracomunitari in cerca di alloggio, figuriamoci. Sono tutti laureati, chi in medicina, chi in agraria, chi non ricordo più in che cosa. Ma tutti hanno scelto i campi, e hanno occupato la villa in rovina, quasi un esproprio proletario, stavolta però per motivi ecologici. Là dentro, quando non lavorano, cantano e ballano attorno al camino acceso. Perché sanno anche suonare, e non solo la chitarra: anche il violino! Gente in gamba, anche se parecchio ingenua...

La contessina è incinta e all'eremita si risveglia l'istinto paterno. Ma pensa, non ce lo saremmo aspettato, uno sviluppo così originale. Arriva uno squadrone di celerini con tanto di cellulari (i furgoni, non i telefoni), e portano tutti in gattabuia, probabilmente proprio a seguito della denuncia dell'eremita, prima che si convertisse. Ma l'ormai ex eremita ritira fuori la tesserina da avvocato, che aveva appeso al chiodo, e li tira fuori dai guai, diventando l'eroe dei giovanotti.

Mentre il processo al Mastandrea per omicidio colposo aggravato va avanti, si giunge alla stagione della vendemmia e al compimento del tempo per il parto. I giovanotti si danno alla pigiatura dei grappoli, ovviamente con i piedi, se no che Maremma sarebbe. E l'ex eremita si mette nel tino a pigiare anche lui. Una scena a dir poco penosa. Bisognerebbe chiedere ai veri agricoltori maremmani, ai gestori di vere aziende agricole, che cosa provano a vedere la loro professione messa in ridicolo in quel modo.

Risparmio ai lettori il finale, sia processuale che di maternità, ma si può immaginare. Per poco non me lo risparmiavo anche io andandomene dalla sala!

giovedì 30 ottobre 2025

UNA BATTAGLIA DIETRO L’ALTRA (film), di Paul T. Anderson, USA 2025

Tutti ad esaltare le virtù del gran regista e le meraviglie di questo film. Tutti meno uno: l’estensore di queste note.

Avverto subito che sto per fare spoiling, e non me ne pento affatto. La mia è una giusta quanto minima vendetta contro un regista che mi ha fatto perdere quasi tre ore a guardare le sue stupidaggini.

La vicenda parte dalle immagini della liberazione di immigrati da un centro di detenzione, tanto per creare attorno ai protagonisti un’aura di anelata giustizia sociale; ma poi prosegue con una rapina, anzi una serie di rapine compiute da questa banda (“French 75”) che si autoproclama libertaria e anticapitalista, ma invero è soltanto una volgare banda criminale. E difatti la protagonista (nome in codice… Perfidia! interpretata da Regina Hall, destinata però a scomparire a metà film – che è successo, all’attrice è scaduto il contratto?) oltre a dimostrare una notevole carica erotica finisce per uccidere a sangue freddo un ostaggio che si muoveva troppo durante l’ultima rapina. Ricordiamocene, perché ha un suo peso.

Lei ha un compagno (Leonardo DiCaprio), votato interamente alla causa ma anche un po’ ingenuo.

Sul fronte opposto una specie di P2 in salsa ketchup, molto più tecnologica e sofisticata della nostra, si sta organizzando per liberarci di questi rivoluzionari una volta per tutte. Il loro razzismo è alquanto rozzo, ma i modi sono felpati e asettici, quanto basta per nascondere un cinismo che sì, esiste certamente in troppo ampi strati della società americana, ma non certo con le ridicole modalità illustrate da questo film, sempre con la scusa della "satira graffiante”.

Mentre DiCaprio si affanna con la sua giusta causa, la setta segreta reazionaria militar-politica incarica un certo colonnello Lockjaw, lui sì magistralmente interpretato da Sean Penn, di provvedere alla bisogna senza risparmio di risorse. In cambio otterrà l’agognata iscrizione alla setta. E lui si pone all’opera, fino a incrociare la sua strada con la provocante Perfidia. Vabbè Lockjaw è tutto d’un pezzo, però ha un segretissimo debole per le ragazze nere. E lei è nera, e lo provoca sessualmente in maniere decisamente spudorata. Il poveruomo non prova nemmeno a resistere, e sarà poi la sua fine.

Più tardi Perfidia e Bob Ferguson (appunto DiCaprio) stanno insieme, finché lei dà alla luce una bimba, ma poco dopo viene catturata e finisce in galera. Lui appende il mitra al chiodo e si rifà una vita con la bambina.

Passano gli anni, tutto sembra dimenticato, ma Lockjaw non ha dimenticato proprio nulla. Ritrova finalmente i due (dopo almeno 15 anni, che ha fatto nel frattempo?) e rapisce la ragazza. Il padre allora riprende i contatti con i rivoluzionari (un intrigante Benicio Del Toro), si riarma e parte in cerca della figlia. Non sto qui a raccontare le rocambolesche avventure che immancabilmente lo conducono a riabbracciarla. Ma il colonnello l’aveva rapita non per motivi ideologici, bensì per sottoporsi a un test di paternità che potesse togliergli “quel” dubbio. E invece, ça va sans dire, il padre è proprio lui!

Questo è inaccettabile per i caporioni della setta, così lui si discolpa sostenendo di essere stato violentato da quella "perfida" nera. I caporioni fingono di perdonarlo, fingono di promuoverlo a membro, fingono di installarlo in un meraviglioso ufficio dentro un grattacielo molto americano, ma dal condotto di aerazione esce un gas letale che lo stecchisce in men che non si dica. Solerti individui in tuta bianca prelevano il corpo e lo introducono in quello che sembra lo sportello di un cassonetto.

E Bob e la figlia Willa? Ora possono vivere felici e contenti. Ah dimenticavo: prima del lieto fine il babbo consegna alla figlia una letterina strappalacrime della madre, densa di buoni sentimenti americani. Niente male per un’assassina priva di qualunque scrupolo come lei!

Sbaglierò, ma a me sembra proprio che questo regista ci abbia presi tutti in giro…

 

domenica 3 novembre 2024

PARTHENOPE, di Paolo Sorrentino (Italia 2024)

 Il sempre sopravvalutato regista Paolo Sorrentino torna a Napoli due anni dopo E' stata la mano di Dio, ma lo fa con un film così sorrentiniano da perdersi per strada Napoli, il buon senso e anche il buon gusto. Sì, perché i vizi, i tic nervosi di Sorrentino qui ci sono tutti, profusi a iosa in un collage di riprese caramellate che nulla lasciano trasparire della verità. Ciò che qui si mostra è invariabilmente bello, e se anche è brutto è pur sempre ricoperto da una glassa di fotogenica ricercatezza, stucchevole e ripetitiva.

Prendiamo i volti maschili: tutti sono esteticamente impeccabili, direi muliebri. 

E le donne? La protagonista è giovane e carina (salvo nel finale, dove è interpretata da una Stefania Sandrelli da troppi anni nella stessa parte di ex bella), ma non è certo adatta a simboleggiare, come il copione le riserva, una città complessa come Napoli. Il campionario delle donne ne prevede altre brutte o misteriose, ma sempre laccate, incerate, perennemente in posa; oppure (vedi la sosia di Sophia Loren) patetiche come certi clown tragici di un'arte minore.

Vogliamo parlare dei dialoghi? Chi li ha scritti voleva per forza navigare alto, sempre sospeso fra citazioni illustri, frasi da scolpire nel marmo, significativi silenzi, sopracciglia sollevate, ditino indice teso, ammiccamenti sapidi, allusioni (spesso al nulla). Mai una battuta in tono minore, mai una parola normale, un motto men che arguto. No, tutto deve rinviare a qualcosa'altro di superiore, qualcosa di precluso a noi povero pubblico ignorante.

Ci sono poi certi dettagli la cui insistita presenza non si sa bene a che cosa debba alludere (forse appunto a nulla): ad esempio le sigarette sempre accese in bocca, addirittura due in bocca al prelato, o la ricorrente domanda "a che cosa stai pensando?".

Quel che più irrita, tuttavia, è l'imperante banalità, la prevedibilità di quasi tutto. Banale è il prete-macchietta tenutario dell'ampolla di San Gennaro, altra manifestazione di un altrettanto banale ancorché viscerale odio del Sorrentino verso la Chiesa e i suoi ministri, già con ingiustificata insistenza mostrato ne La grande bellezza. Banali e ultra prevedibili altri personaggi, come il burbero ma buon professor Marotta, interpretato da Silvio Orlando, o l'insegnante di recitazione, che ottiene dalla nostra Parthenope un bacio saffico di cui non si sentiva proprio la filmica necessità. Inguardabili, perché rinvianti a frusti cliché, i vecchiacci che sudano, e forse si masturbano, assistendo a un atto sessuale che di erotico non ha veramente nulla, freddo com'è, fra due ragazzotti che, secondo quanto ci dicono, appartengono a famiglie mafiose concorrenti. Metafora proprio non originale, direi.

E banale anche la colonna sonora! Ecco la lista dei brani scelti dal genio di Sorrentino:

  • Era già tutto previsto di Riccardo Cocciante
  • Che cosa c’è di Gino Paoli
  • Bolero di Ravel

Si può immaginare un campionario di ancor minore originalità?

E poi giù melassa, giù palettate di zucchero a coprire il vuoto di ispirazione. Non è con l'eccesso di retorica che si creano dei significati autentici!

Proprio no: la Napoli che noi conosciamo, amiamo, odiamo o temiamo è tutta un'altra città: sfugge alle simbologie insulse e ritrite del Sorrentino, nulla ha a che vedere con quella sciacquetta della Parthenope. E soprattutto, bella o brutta che sia, pacifica o violenta, antica o moderna che ci si presenti, mai risulta noiosa... come invece insopportabilmente lo sono le due ore e diciassette minuti di questo inutile, inguardabile film.

giovedì 20 giugno 2024

NON PREOCCUPARTI DELLE PICCOLE COSE (film) di Ellen S. Pressman, USA/Canada 2021

 

“Basato su una storia vera”, ci avvisano puntuali, ma stavolta quasi a giustificarsi, gli autori. E di scuse dovrebbero chiederne tante, visto il pasticcio. Che forse è già nella storia vera, ma nel film trova nuovi motivi di sghignazzo.

Una donna non più giovane (Heather Locklear), nessuna dote propria, ma moglie di un uomo di successo e madre di due ragazze adolescenti, si trova spiazzata per la morte improvvisa del marito. Questi era un uomo affascinante ma integerrimo, marito esemplare (salvo qualche dubbio riguardante la segretaria…), scrittore prolifico, inventore di un blog cliccatissimo che aiutava il prossimo ad affrontare le “piccole cose” della vita prima che diventino pesanti. E aiutava anche la famiglia, visto che l’editore lo remunerava a peso d’oro, consentendo a lui, moglie e figlie una vita a dir poco agiata.

La morte improvvisa fornisce agli autori il destro per sciorinare senza pietà, fra ambientazioni banalissime e dialoghi inascoltabili, tutta una serie di luoghi comuni e tic cinematografici, abbondantemente conditi di politically corret: una delle figlie gioca a calcio, come si conviene a una ragazza moderna (vedi pubblicità televisive, dove ormai tutte le ragazze giocano a calcio e tutti i maschi lavano i panni). L’altra figlia è preda di astratti adolescenziali furori e litiga ad ogni piè sospinto con la madre. La mamma non sa che pesci pigliare, e si rifugia nel consolante rapporto col fantasma del marito. Lui prima di morire, non si sa per quale preveggenza, ha disseminato la casa di lettere alla futura vedova, e da fantasma se la tiene bene stretta; salvo poi sollecitare la donna a “lasciarlo andare”: passaggio, pare, obbligato per risolvere i problemi familiari ed anche quelli imprenditoriali.

L’editore infatti propone alla vedova di assumere il comando dell’iniziativa al posto del marito morto, coprendola di denaro. Lei esita, dubita di essere in grado, ma come in ogni film americano che si rispetti il coraggio prevale. “Posso farcela” è il motto liberatorio di qualsiasi film di sfida, che al pessimismo brutto e cattivo degli antagonisti contrappone la filosofia delle difficoltà da vedersi come “opportunità”: la stessa filosofia di comodo dei people managers nelle multinazionali. E ovviamente nei film, a differenza di quanto avviene nelle multinazionali, le sfide personali vengono sempre vinte! C’è da fare il passaggio televisivo in un talk show, consacrazione raccomandabile anche in era di social media, ma la sera prima la voce le si spegne. Tutto sembra crollare, ma poi la voce le torna grazie a un disgustoso intruglio surrogato-di-caffè, opportuna esemplificazione della filosofia del blog, volta a risolvere con poco le piccole cose.

Finisce che lei capisce le lezioni e diventa durissima con tutti, soprattutto con l’ingombrante e sospetta segretaria (che peraltro poi si converte anche lei al generale volémose bene e al servizio della vedova, qualunque cosa fosse successa col morto). La vedova si impone anche con le figlie ribelli, con le quali poi ha occasione di collaborare in una emergenza climatica (toh, ci mancava!), altra crisi da trasformare in occasione di riscatto. E tutto converge verso l’implacabile palata di melassa, quando la figlia rimasta incinta di un ragazzotto finora mai visto e molto temuto, ma in realtà buono e bravo (mai che si travalichi il confine del socialmente accettabile…), partorisce un grazioso frugoletto da coccolare.

Se questa è la “storia vera”, che Dio ci scampi. Di sicuro i libri della collana, che dovrebbero ammansire piccoli ma preziosi suggerimenti, io non li voglio leggere.