Firenze, 12 maggio 2026. Va in scena la prima di Un ballo in maschera. Una gragnuola di fischi e di buuu saluta la regista Valentina Carrasco presentatasi sulla scena alla fine della rappresentazione. Condivido la disapprovazione del pubblico, e vorrei motivarla dal mio punto di vista.
Influisce su
questa stroncatura il fatto che tengo Un ballo in maschera fra le mie
opere preferite. Una messa in scena sgradevole non è solo una delusione privata,
la soffro anche come un atto di lesa maestà nei confronti del grande Verdi. Intendiamoci,
non voglio scandalizzarmi a priori per la trasposizione della vicenda in un’America
anni Sessanta. Sono disposto ad accettarla ed anche a sopportare sovrani, cortigiani e congiurati
infagottati in giacchette e cravatte tipo Fantozzi rag. Ugo. Non è questo il
punto, per quanto vada anche detto che ormai tale tipo di presunta attualizzazione è diventata una moda un po' frusta.
Si comincia con
una scena che sullo sfondo mostra gigantografie di John Kennedy con i suoi. Fin
qui niente da dire: il regicidio può far pensare alla vicenda di Kennedy,
presidente molto amato e molto odiato nel contempo proprio come Riccardo. Fra
le comparse si vede una simil-Jacqueline con due bambini, a rafforzare la
trasposizione temporale. Nell’opera originale, di moglie e figli di Riccardo
non vi è traccia: è vero che nel finale il morente Riccardo dice “Addio per
sempre miei figli”, ma per figli si devono intendere i sudditi, tanto è vero
che nella primissima scena egli chiama figli i deputati che gli recano
suppliche! E poi, nell’originale Riccardo è colpevole di avere insidiato la
moglie del suo fedele Renato… così invece lo risulta pure del
tradimento verso una propria fantomatica moglie! Doppio tradimento dunque, non solo nella finzione verso i coniugi,
ma anche nella regia verso il profilo del personaggio, così come tratteggiato da Verdi
e dal librettista Antonio Somma.
Tuttavia, all’inizio
questa scelta kennedyana non sembra poi tanto male, può funzionare. Ma perché,
nella scena della strega Ulrica, tirare in ballo la questione razziale, Martin
Luther King, i cappucci da Ku-Klux-Klan e i costumi da gospel? Ma come, signora
Carrasco, Lei va a sollevare la questione razziale proprio in un’opera dove si
parla di “immondo sangue de’negri”? Non era meglio sorvolare? Ma forse è soltanto una personale captatio benevolentiae, una strizzata d’occhio
al solito politically correct, qui decisamente fuori tempo e fuori contesto. E
c’era davvero bisogno, per tener su la cosa, di trasformare la maga Ulrica in
un ometto, cioè di vestire la cantante da uomo, pure lui ovviamente in
giacchetta e cravattina?
La vicenda
prosegue e si sposta in quello che per Verdi è “l’orrido campo ove s’accoppia /
al delitto la morte”, cioè dove vengono eseguite le pene capitali. In questo
luogo terrificante Amelia, come noto, dovrà cogliere l’erba magica capace di
liberarla dal colpevole e disperato innamoramento per Riccardo. Ma ecco che al Maggio fiorentino
l’orrido campo si trasforma in un vicolo suburbano, con esterno di postriboli
dove le meretrici adescano i clienti. Tanto per ribadire il concetto, due
cartelli indicano le toilettes separate, una per bianchi e una per colored.
Ha un senso?
Vorrei poi ricordare
che, nel finale, il moribondo Riccardo dice a Renato, sposo di Amelia: “Ella è
pura…rispettato ho il suo candor… Io l’amai, ma volli illeso / il tuo nome ed
il suo cuor” (e sottolineo il “volli”). E’ questo uno dei punti chiave dell’opera,
ed anche quello meno assimilabile alla vicenda Kennedy: l’eroe e l’eroina sono
torturati da un reciproco amore impossibile, ma rimangono saldi nella loro dirittura
morale e nella lealtà verso Renato. Invece qui al Maggio Lei, signora Carrasco,
fa spogliare Riccardo (parzialmente, per fortuna) e lo fa avviluppare con Amelia
in un petting abbastanza esplicito… Ma allora quando
Riccardo nel finale si rivolge a Renato garantendogli la purezza di Amelia gli
sta raccontando una balla? Mente sapendo di mentire? Suppongo che la scena
vagamente hard alludesse alla disinvoltura sessuale di Kennedy (poi difatti
ancora ribadita da una silhouette di Marilyn Monroe esposta durante il ballo
finale); ma ne valeva la pena? E’ lecito snaturare un’opera-monumento, piegarla
ad esigenze o velleità espressive diverse ed esclusivamente proprie? Beh, secondo me la risposta può anche essere sì, a
patto però che i risultati siano convincenti, innovativi, originali. I fischi
del Maggio fiorentino raccontano che non è andata così.
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