domenica 10 maggio 2026

IL DIAVOLO VESTE PRADA 2 (film) di David Frankel, USA 2026

Vent’anni sono passati, anzi volati dal primo Diavolo. Tutto è cambiato nel mondo e molto si trova cambiato anche in questo secondo film. Nel copione, come nella realtà, il giornalismo non è più lo stesso, insidiato dai social networks, e non lo è più neppure il mondo della moda: i managers fanno i conti con le minori risorse messe a disposizione dagli azionisti e l’imprenditoria li fa con la superficialità della nuova generazione di tycoons. Solo il volto di Meryl Streep si pretende che rimanga immutato, e pertanto appare tumefatto dalla chirurgia estetica, lisciato dal cerone ed anche (sospettiamo) ritoccato in sala video con il Life Casting.

Stesso regista (David Frankel) e stessa sceneggiatrice (Aline Brosh McKenna) non bastano però a garantire la stessa mordace ironia, lo stesso disincantato sarcasmo della prima prova. Qui sono prevedibili perfino le battute messe in bocca al bravissimo Stanley Tucci, che si sforza non poco senza però raggiungere il grado di simpatia di vent’anni prima.

Ed anche la storia è prevedibile: alzi la mano chi non aveva già capito chi sarebbe stato il deus ex machina a salvare la pericolante baracca della rivista Runway, di Miranda e di Andy Sachs (Anne Hataway). Ma poi, che salvezza può essere questa che, mentre il mondo viene mostrato con le spalle già girate altrove, consiste nell’iniezione di soldi da parte di un’improbabile simil-Yoko Ono che non bada agli utili dell’impresa?

Già, il mondo tutto attorno è cambiato e Miranda deve addirittura volare in Economy (ma si presume che dopo la bacchetta magica della quasi Yoko Ono tornerà in top class, tanto chissenefrega dei bilanci). Il mondo è cambiato ma il fashion non ha perso i suoi atteggiamenti; i quali però vent’anni dopo sono diventati ancora più urticanti di allora per i poveri mortali, e per quanto nel film ci vengano presentati come tutto sommato meritevoli, non mancano di provocare un non voluto fastidio. Anzi, questo fastidio viene favorito e incoraggiato, ben più che nel primo film, da scene a dir poco imbarazzanti: come altrimenti definire la cena di gala sotto l’Ultima Cena di Leonardo? Ecco, è così che quel mondo glamour intende l’arte: tutt’al più come un set, una location esclusiva nella quale collocare i propri “eventi” di gente che senza nemmeno alzare gli occhi sorseggia un drink o assaggia le pietanze di uno chef stellato.

Una crescente tristezza si insinua nello spettatore via via che l’improbabile vicenda va avanti, gonfiata da iniezioni di buonismo ancora peggiori di quelle di botulino sul volto della Streep (ah, il lunch in cui le due giovani rivali si professano amiche nonostante tutto!), fino a un finale che, come accennato, non può certo né convincere né tantomeno commuovere.

Ma l’operazione andava fatta, il successo di pubblico (prevedibile anche quello, come tutto il film) era preda troppo facile per i produttori. Noi pure ci siamo accodati per andarci a sorbire questo non-capolavoro che non potevamo certo mancare.

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