venerdì 10 dicembre 2010

TOSCA, di Giacomo Puccini, Dir. Zubin Mehta, Firenze,Teatro Comunale, dicembre 2010

Sarà che mancano i soldi, sarà qualcos'altro, ma la Tosca vista al Comunale di Firenze lascia molto insoddisfatti. Il 9 dicembre, prima di iniziare, uno sconsolato direttore artistico si affaccia ad aggiornare il bollettino dell'infermeria. Questa volta è Giovanni Meoni, Scarpia, a sentirsi poco bene e ad aver bisogno della benevolenza degli spettatori. Tanto che durante la rappresentazione beve in continuazione (vino?) e alla fine neppure esce a prendersi gli applausi. Eppure è risultato forse il migliore, accanto a una brava ma trasparente Adina Nitescu (Tosca).
Gravemente insufficiente è apparso Misha Didyk nella parte di Cavaradossi: veramente a corto di voce, soprattutto all'inizio.
Le scene sono classiche e non dicono gran che. Solo l'interno della chiesa romana di S. Andrea della Valle, nel primo atto, presenta una cupola messa di tre quarti molto interessante. Per il resto, solo riproduzioni identiche, nessuna novità, nessun colpo di genio, neppure un tentativo.
Zubin Mehta è un grande: talentuoso, leader vero, simpatico e capace di adattarsi, accetta tutto, anche la scarsezza di mezzi e la pochezza degli interpreti, orchestra compresa. Si sa che non è colpa sua e viene da ringraziarlo per questo mettere a repentaglio la sua immagine restando a Firenze a dirigere un Maggio dimesso, ormai ridotto a manifestazione marginale.
Marginale? Sì, e lo si vede da tutto: il teatro Comunale ha i muri di un color giallo sporco, dalle crepe trasuda umido e muffa. Ormai come edificio è abbandonato al suo destino, in vista della imminente demolizione: al suo posto si costruiranno dei condomini, mentre il nuovo teatro dovrebbe sorgere alla Stazione Leopolda, speriamo bene....
Ma il più chiaro testimone di questa decadenza è il pubblico: schiere di ragazzini delle scuole armati di i-phones, turisti stranieri reclutati tramite agenzie on line... per carità, mica vogliamo fare gli snob; ma questo tipo di pubblico la dice lunga sul target attuale del glorioso Maggio Musicale Fiorentino e anche su Firenze come piazza culturale nel terzo millennio. Il sipario, alla fine, si chiude fra applausi standard e largamente inconsapevoli, si chiude su una nuova mediocre puntata di una manifestazione in evidente crisi.

martedì 30 novembre 2010

VIENI VIA CON ME (serie TV con Fabio Fazio e Roberto Saviano, Rai3 2010)

Come sarebbe bello poter parlare bene di Vieni via con me! Lo vorrei sinceramente, e me lo consiglierebbero la formula innovativa, la ricerca di serietà (per certi versi premiata dal risultato), la sobrietà gestita come un valore, la simpatia - tutto sommato - del cerimoniere Fabio Fazio, la voglia finalmente di contrapporre qualcosa di efficace, qualcosa capace di fare ascolti, alla moda delle squinzie di una certa TV mediasettina, ma non solo, completamente disimpegnata (non dirò di destra, quella non è né di qua né di là). Lo attesta perfino uno che non ti aspetteresti mai, come Vittorio Feltri: qualcosa di nuovo c'è, dice, e si vede; che gli altri imparino, per una volta.
Dunque vorrei, ma non posso. La stima e l'apprezzamento iniziali si frantumano via via che la trasmissione va avanti. E' così tutte le volte: si comincia pieni di attese e si finisce per cambiar canale prima della fine, quando ormai l'irritazione ha preso il sopravvento.
E' abile questa cosa degli elenchi: una trovata in sordina che però ha un tocco di stile. Potrebbe fornire l'asciuttezza necessaria a parlare in TV di cose importanti. Potrebbe essere lo stile giusto per ridare fiato a idee e slanci ridotti un po' nell'angolo dall'andazzo generale, per piegare la televisione a temi e sollecitazioni più elevati, per gettare il velo delle veline e provare a andare a fondo.
E invece? Invece prevale la solita retorica. Si chiamano figli di vittime a dire che dei genitori morti mancano loro il sorriso, gli sguardi, e simili cose verissime, per carità, ma che in TV non si possono dire senza scadere in un ammiccante sentimentalismo. D'altra parte è proprio il mezzo espressivo, la TV, che non tollera certe cose. Bisognerebbe dirglielo, farsene una ragione, capire che alla giusta causa, e alla dignità dei figli e delle vittime stesse, la lacrimuccia non porta alcun aiuto. Si mandano i poveri figli innocenti, oppure i protagonisti del volontariato vero, quello silenzioso, allo sbaraglio su un terreno non loro, in un'esibizione circense senza rete alcuna. Che vergogna!
Le liste, poi, da essenziali si fanno sempre più discorsive (don Ciotti docet), perdendo il loro carattere di nobile e sobria testimonianza. E perdendo sempre più di efficacia, senza colpa dei poveretti che le recitano, palesemente impreparati a gestire il mezzo. Gli autori avrebbero dovuto guidarli, spiegare loro quanto possa pagare riuscire a restare calmi nella narrazione delle peggiori avversità, generosi verso gli avversari, obiettivi anche quando ti hanno colpito negli affetti più cari. Avrei voluto che facessero loro rileggere un vecchio libro come Le mie prigioni di Silvio Pellico, ma anche Se questo è un uomo di primo Levi. Dove la ferocia, la crudeltà, l'ingiustizia non sono giudicate ma solo descritte, e il giudizio morale emerge in ogni lettore come una conquista propria, intima, privata, per restarvi durevolmente.
Invece no: perfino una persona serissima come il Procuratore Nazionale Antimafia Grasso rischia di sputtanare la sua ammirevole e coraggiosissima battaglia per la legalità infarcendo la lista di pistolotti, molti dei quali anche politicamente orientati. Chi l'ha aiutato a capire il mezzo televisivo di cui stava servendosi? Chi l'ha guidato? Nessuno, l'hanno lasciato solo in balìa di nove milioni di spettatori.
E Saviano? Un aspirante divo. Peccato, perché alla vanità che lo contraddistingue sono associate, ne sono convinto, anche buone intenzioni. Ma la vanità prevale: dagli occhi che guardano sempre in alto con aria ispirata, alle pause celentanesche, dense di significati, al tipo di inquadratura... tutto, fin dalla scelta di esprimersi in forma di "sermone", è finalizzato alla creazione di una star. Anzi di un sacerdote, di una vestale. La quale sciorina dati non sempre veri, spaccia qua e là opinioni per dati di fatto, prestando il fianco a critiche da chi non aspettava altro.
Ma il problema peggiore, che non è solo di Saviano ma di tutta la trasmissione, è un altro. Qualcuno mi dica se ha ascoltato una proposta, anche una sola, su "che fare". No, ci si crogiola snocciolando le brutture, elencando i disastri, additando responsabilità e colpe, quasi lucrando sulle malefatte, sulle disgrazie (con aria, me ne scuseranno, perfino vagamente iettatoria), ma non una parola su che cosa loro avrebbero fatto o propongono di fare. Beh, un po' comodo, anche perché allora l'obiettivo da raggiungere non sembra più tanto la soluzione dei problemi, quanto piuttosto l'alto gradimento, lo share, come si dice, e la fama. Ahimè, anche loro!
Ma sì, l'idea di fondo c'è ed è giustissima, ovvero che la mafia non si batte con (o solo con) la polizia e i giudici, ma piuttosto con la diffusione dell'impegno personale e della cultura della legalità. Giustissimo, ma come fare? A trasmissione conclusa, non ne abbiamo ancora idea.

domenica 21 novembre 2010

Devil (film), di Drew e John EricK Dowdle, USA 2010

Le circostanze e il luogo in cui si assiste ad uno spettacolo non dovrebbero influenzare il giudizio critico sull'opera; tuttavia non posso tacere l'impressione prodotta su di me dal "multisala" di estrema periferia in cui Devil era programmato nella mia città. Un non-luogo di tale squallore da far stringere il cuore; una sala grande, dallo schermo gigante, ma così cupa da allarmare prima ancora dell'inizio del film horror; un odore di pop-corn talmente intenso da risultare disgustoso anche a un appassionato; ragazzotti tutti uguali e vestiti uguali (jeans e piumino), tutti palesemente depressi al di là degli atteggiamenti forzatamente allegri... Può darsi dunque che un po' dell'impressione negativa sul film sia dovuta all'ambiente circostante e non propriamente alla pellicola.
La quale è stata realizzata con un budget modesto, e dunque presenta un cast non di primissimo piano, ma non manca di pregi. A cominciare dalle prime inquadrature di una metropoli americana vista da sotto in su. Inquadrature bellissime.
La storia è intrigante: 5 persone si trovano bloccate nell'ascensore di un grattacielo. Sono persone molto diverse fra loro, ma più avanti si scoprirà che sono accomunate da un particolare non da poco: sono infatti tutte, a vario titolo, macchiate dal peccato. E fra di loro si annida nientemeno che il diavolo. Il problema è che non si sa chi dei cinque lo sia: non lo sappiamo noi spettatori ma soprattutto non lo sanno loro, che infatti, via via che il contrattempo diventa un dramma, iniziano a sospettarsi a vicenda, a minacciarsi, a combattersi, e infine a morire, uno dopo l'altro. Già, perché il diavolo è venuto a prendersi le sue vittime: prima ci gioca come il gatto col topo, e infine le fa sue senza scampo.
L'orrore corre sul cavo dell'ascensore, alligna come un sesto personaggio nella cabina bloccata. La morte si annuncia con il tremolare delle luci, col buio entro il quale il diavolo ha agio di colpire indisturbato. A nulla valgono gli sforzi umani, i cellulari accesi a tentare di contrastare l'abisso del buio: tutto inutile, tutto vano.
All'esterno, un poliziotto dalla vita tragicamente colpita dalla sorte tenta di intervenire, di dirigere i poveri malcapitati tramite una telecamera e un microfono, ma la fatalità diabolica finirà per farlo ritrovare a tu per tu con la tragedia che lo ha segnato in passato.
I mezzi utilizzati per far salire la tensione non sono proprio eccezionali né originali: spesso sanno di espediente e non fanno sobbalzare più di tanto. Il phil rouge che tiene insieme la storia è il racconto che la mamma faceva ad una delle guardie giurate del grattacielo, un ispanico molto superstizioso, quando era bambino: dalla voce atterrita di questi, e dai suoi ricordi, comprendiamo, nell'incredulità degli altri personaggi, che siamo in presenza del diavolo, e ci giungono premonizioni su quanto sta per accadere nell'ascensore: un filo assai tenue, perfino ridicolo.
Eppure non riesco a demolire tutto. In particolare, il finale costituisce una sorpresa: certo anche per il ribaltamento della situazione, che fa scoprire il diavolo dove meno te lo aspetteresti e costituisce il coup de theatre tipico di un thriller. Ma soprattutto perché esibisce dei valori positivi, capaci di risparmiare la vita all'ultimo dei personaggi, di negare la soddisfazione finale al diavolo e di ristabilire sulla terra degli uomini un certo equilibrio di bontà. Sono valori come il pentimento, il perdono e perfino la confessione. Non sappiamo se gli autori siano o meno di fede cattolica, ma nel film si afferma in modo inequivoco il valore della dichiarazione-confessione del male commesso come forma di espiazione e lavacro. E funziona, salvando dalla dannazione! Nulla di più lontano dal mondo luterano/protestante.
Di più non si può pretendere da un horror destinato a una platea di ragazzotti, accorsi al cinema con veri e propri barili di pop-corn, incapaci di inorridire davanti allo squallore del luogo dove la nostra barbarie li costringe a bivaccare, bisognosi, per provare emozioni, di stimoli forti ma appena appena elementari.

sabato 13 novembre 2010

Uomini di Dio, film di Xavier Beauvois (Francia 2010)

O Musa degli Stroncatori, aiutami! Guidami le dita sulla tastiera, indirizza il mouse sul tappetino, affinché io possa parlar male di Uomini di Dio. Perché non è facile porsi contro questo film maturo, per certi versi profondo, e per di più politically correct.
Che cosa dunque non va in Uomini di Dio? Direi il tema. Gli autori infatti trattano temi sui quali fare film, per quanto volenterosamente, o con grandi risorse intellettuali, morali o tecniche, è impossibile. Primo fra tutti, l'eroismo Non è un tema su cui fare un film introspettivo o di testimonianza morale. Ci si possono fare western, quanti Rambo volete, perfino film di guerra a volontà, ma a patto che sulla verità prevalga la fiction. Al contrario, se il film vuol rendere con verosimiglianza e adesione psicologica una vicenda umana, e questa è stata un autentico atto di eroismo, essa rimarrà sempre irraggiungibile e il film risulterà sempre inadeguato.
La storia vera, in questo caso, è quella di un manipolo di fraticelli in terra islamica, benvoluti e rispettati da tutti nel vicino villaggio, che vengono prima minacciati, poi presi in ostaggio e infine trucidati da un commando di terroristi sedicenti islamici, piovuti quasi da un altro pianeta sul pacifico territorio del monastero. E' la tesi dell'estremismo islamista che nulla ha a che fare né con la pacifica religione della gente né con il Corano, che invece predicherebbe la fratellanza. Si potrà essere più o meno d'accordo con questa visione - forse un pelino buonista - ma il fatto è che la sua traduzione cinematografica è comunque abbastanza ingenua e dunque insoddisfacente. Peggio, direi: è paternalistica, perché nel film i frati curano, comprendono, perfino ammirano, benedicono e accettano benedizioni ma sempre da una condizione di forza, da un gradino di altezza dove li pongono la religione cattolica, l'essere europei, la civiltà di cui sono portatori. Ce li pone tutto, su questo invisibile piedistallo: perfino la rinuncia, la povertà, quello cioè che dovrebbe tirarli in basso: la rinuncia infatti, come dice a un certo punto un frate, per un credente è il veicolo dell'elevazione. Nella realtà è giusto che sia così, ci mancherebbe: la forza della fede è la forza di chi sa di essere nel giusto e non teme di dichiararlo, neppure a costo della vita; ma nel film questo pregiudizio di superiorità diventa quasi un fastidio, se non un autogol. Alla festa di "para-battesimo", un predicatore maomettano dice che Dio si serve di messaggeri vari, non importa di che tipo. Quanto più limpido finisce per apparire questo tipo di tolleranza, rispetto alla tolleranza ideologica dei frati!
E siamo al secondo argomento impossibile: la fede religiosa. Mettere in scena la devozione, la santità, in ultima analisi anche in questo caso l'eroismo dell'uomo-pulce davanti a Dio è impresa titanica, che neppure ottimi registi riescono a far quadrare. Agiografia e retorica sono i principali rischi in agguato; e per quanto il regista abbia dichiarato che i suoi sforzi sono stati indirizzati a evitare iperboli e superlativi, tutto il film risulta in sospetto di celebrazione. Si ha spesso l'impressione di intravedere lo sforzo nel rendere sentimenti troppo elevati, troppo distanti da noi poveri uomini normali: sforzo recitativo degli attori, sforzo creativo di autori e regista; e così l'illusione si sfalda e dal muro del monastero, sullo schermo, qua e là trapela quel che c'è dietro davvero: il set di una produzione cinematografica.
Il film indaga non tanto sulla tragica conclusione della vicenda, quanto sull'attesa della catastrofe: entra nei cuori dei frati sondandone il coraggio, le paure, la dinamica (per la verità non chiarissima) dalla iniziale voglia di fuga di alcuni fino alla decisione unanime di restare, di dare testimonianza fino alla morte, quando essa appare ormai quasi certa. Mette in luce certo le debolezze di alcuni ma soprattutto la bontà di tutti, la buona fede, e infine l'assoluta dedizione e devozione alla causa e a Dio, perfino la capacità, che è propria solo dei grandi, di sciogliere il cuore al capo dei terroristi e di commuoversi alla sua sordida fine.
A proposito, quel capo terrorista che prima passa per le armi senza tanti complimenti tutti gli occidentali che incontra, che è dichiarato dalla stessa popolazione locale come un alieno con il Corano a fargli da lugubre foglia di fico, ma poi si arresta sulla soglia del monastero, discetta di fede e dialogo interreligioso col padre superiore, con lui recita i versetti coranici e finisce per andarsene coi suoi senza bottino, è quanto di più inverosimile - e meno chiaro nel film - si possa immaginare.
Ma c'è dell'altro: vorrei proprio sapere chi è l'autore dei versetti cantati dai frati nelle loro litanìe: magari mi sbaglio ma mentre le note sono di tipo gregoriano, ovvero austere e cariche di echi medievali, i testi mi sembrano ammiccanti, lirici forse qua e là ma non certo liturgici, anzi quasi ridicoli nella loro ampollosità.
Nel complesso il film è ben fatto, ben costruito, ben recitato, non dico di no; e mi riferisco soprattutto al casting, capace di rintracciare tipi estremi quasi da vangelo pasoliniano, o addirittura caricature pseudoleonardesche (tranne il padre priore, il cui volto accattivante sembra una concessione alle esigenze di un vasto pubblico). Lo ripeto: non si tratta di un film da buttare ma la santità, l'eroismo, la fede erano con ogni probabilità nella vicenda reale, non abitano qui.

sabato 23 ottobre 2010

Mammuth (film) di Benoît Delépine e Gustav Kervern (Francia 2010)

Girano paroloni all'anteprima nazionale di Mammuth. "Capolavoro" è la più prudente. In sala è presente il 50% dei registi, non chiedetemi quale dei due, ma come stazza basta per entrambi: è un omone barbuto che deve avere imparato la lezione di Benigni alla consegna dell'Oscar perché salta, si inchina, spalanca le manone, abbraccia platealmente gli astanti, sbaciucchia tutti, dalla timida interprete al presentatore al critico del Messaggero. Non è chiaro se sia simpatico davvero o reciti la parte, se sia sul serio ubriaco - come lui stesso suggerisce - o faccia finta; comunque la verve innata del nostro Benigni rimane lontana.
Ma la stazza del regista non è nulla rispetto a quella di Depardieu il quale peraltro, puntualizzano più volte dal palco, ha recitato gratis per amore della sceneggiatura. Il che risulta ben più un'autocelebrazione che un omaggio. Anzi, scherzano poi non più tanto cortesemente, questa è la prima e l'ultima volta che non lo vedete recitare per soldi...
Comunque Depardieu ce la mette tutta: la bravura e anche la panza, che viene spiattellata nella sua intera sgradevolezza, in linea con una scelta di esibizionismo del disgustoso che contraddistingue tutto il film. Perfino la splendida Isabelle Adjani viene utilizzata come fantasma di una fidanzata morta in gioventù, col volto rovinato da cicatrici e tumefazioni. Nulla ci viene risparmiato: I protagonisti sono tutti attoniti di fronte a una vita totalmente vuota e inutile: Gerard conosce la moglie, cassiera di un supermercato, perché sta comprando un coltello "per farla finita"; alla festa di pensionamento i colleghi se ne sbattono altamente di lui e masticano rumorose patatine, mentre un caposquadra legge distrattamente un foglietto con frasi di circostanza... e così via in una voluttà del repellente che smorza ogni vis comica, pur dichiarata e visibile. Già, perché in sala "si riderà e si piangerà", avvisa il regista prima dell'inizio.
Ma di che cosa dovremmo ridere? Qualcuno lo fa rumorosamente alla scena di reciproca masturbazione fra due vecchi. Mah...
E di che cosa dovremmo piangere? Forse alle apparizioni del fantasma Adjani? Troppo episodiche, troppo algide, troppo scollegate fra loro: non c'è un contesto che le renda commoventi, rimane soltanto un senso di oppressione.
La storia: Depardieu va in pensione da macellaio e l'INPS francese gli chiede delle carte relative a precedenti impieghi. E lui parte con una moto degli anni settanta, la Mammuth appunto, per un viaggio alla riconquista delle carte ma anche del suo traballante passato. L'idea è carina, ma i registi la trasformano in una serie di sketchs uno staccato dall'altro, dove attori più o meno estrosi cercano di dar prova di bravura di fronte allo sguardo che si direbbe quasi paziente di Depardieu. Un disastro. E la Mammuth, che secondo il critico del Messaggero farà "godere come maiali" i cultori delle moto vintage, non ha rilievo simbolico di alcun genere, e alla fine viene pure venduta.
Tra i film francesi che ho visto questo è il più "italiano", quello in cui è più evidente la medesima decadenza da una commedia arguta, oppure realistica, oppure onirica ma sempre ben concertata, a una sequela di scenette improbabili dove, fra l'altro, il grande assente è il dialogo. Anche i francesi insomma, mutatis mutandis, si sono pieraccionizzati. E per questa via, dalla lingua al dialetto e da questo ai gestacci ed ai rutti, finiremo a film fatti solo di grugniti. Che peccato.
Viene allora da rimpiangere Zavattini e gli altri che facevano storie con un inizio, uno svolgimento e una fine, magari non eccelse ma sempre intriganti. Dove sono gli sceneggiatori oggi? Ci aggrappavamo ancora ai francesi dei vari Giù al nord eccetera; speriamo che non si siano ridotti al livello di questi.

venerdì 22 ottobre 2010

Quella sera dorata (film), regia di James Ivory, UK 2010

La prima cosa che ci si chiede andando al cinema è perché mai l'importatore italiano abbia sentito il bisogno di modificare il buon titolo originale, The City Of Your Final Destination nell'orrendo Quella sera dorata. Con tutti i film che mantengono il titolo inglese, ce n'era proprio bisogno?.
Il caso ha voluto che avessi letto il romanzo di Peter Cameron da cui il film è tratto. Ho potuto così valutare le differenze, inevitabili, e a volte apprezzabili, che distinguono l'opera cinematografica dal suo archetipo cartaceo. E quali sono queste differenze? Nessuna, sarei tentato di dire; il che però equivale a dire che il valore aggiunto del film rispetto al libro è pari a zero.
Il romanzo, pur non straordinario, aveva una trama molto intrigante: un dottorando americano deve scrivere la biografia di un osannato scrittore morto da poco, autore peraltro di un solo libro. Da vecchio, questi si era rifugiato in Uruguay, dove viveva in una hacienda sperdutissima in compagnia della moglie e dell'amante. Le due donne vivono ancora assieme, fra ovvie gelosie e inspiegabili legami, mentre nella fattoria accanto vive il vecchio fratello gay dello scrittore con il giovane e adorante compagno. L'autorizzazione alla biografia viene negata e così il dottorando, sfuggendo anche a una fidanzata prevaricatrice e parecchio arpìa, vola in Uruguay e si insedia in villa.
In effetti il regista segue il canovaccio molto fedelmente, quasi troppo. Però alcune differenze ci sono, tutte in negativo. Non viene restituita in immagini l'efficace ragnatela di rapporti che si instaura con l'arrivo del dottorando, quel suo pendolante trattare con l'uno e con l'altro, l'alternarsi di risposte affermative che diventano negative e negative che diventano sì. Era uno dei punti di forza del libro; nel film è tutto semplificato, e non solo per ragioni di tempo: le posizioni dei personaggi sono più statiche e la vicenda si avvia al suo finale in modo più lineare e dunque più banale.
Va poi citato un episodio particolare. Il vecchio scrittore si era portato fino in Uruguay una gondola veneziana e l'aveva parcheggiata in una capanna in riva a un lago, a qualche chilometro da casa. La gondola, quasi marcita nel suo buio rifugio, nel libro è una presenza simbolica, anzi magica, capace di sciogliere l'amore fra il protagonista e una delle donne. Nel film invece ha rilievo modesto e la gita dei due giovani al lago appare non più un'ascesa carica di significati ma un mero passaggio narrativo.
Ivory è un panificatore di dolciumi, un confezionatore di film caramellati. Non una sbavatura, non una caduta di stile. Anche troppo: si avrebbe quasi voglia che un attore sbattesse a un tratto contro una quinta di tela, come in The Truman Show; ma Ivory tira dritto senza incertezze di sorta fra tramonti screziati e facce di indiscutibile espressività (ricordiamo l'efficace interpretazione di Anthony Hopkins!).
A me Ivory non piaceva sin dai tempi di Camera con vista, realizzato in una Firenze che più turistica e di maniera non si sarebbe potuto. E quei dubbi mi si sono rafforzati oggi con questo film perfetto ma superficiale, senza spessore, incapace di cogliere la complessità delle vicende e la profondità dei caratteri.

domenica 19 settembre 2010

PUBBLICITA': QUALCOSA CHE NON SOPPORTO

La pubblicità è di per sé noiosa, ovunque si trovi: in radio, in televisione, su internet come nei giornali o nei cartelloni stradali. Ma certi professionisti si sforzano per renderla ancor più insopportabile. Vi sono espressioni usate ed abusate le quali, piuttosto che intrigare o convincere, fanno solo innervosire, o al massimo non dicono più nulla.
Ognuno avrà una propria lista di esempi irritanti. Provo qui a proporre la mia:

"TUA"
Nelle pubblicità di automobili, ma non solo: "Tua da diecimila euro in su...". Sostituisce espressioni più lunghe, tipo "la puoi avere con... ecc.", e dunque forse ha un suo perché, ma dà un grande fastidio...

"SCOPRI"
In tutti i tipi di pubblicità, e specie come rimando a siti internet: "Scopri tutti i meravigliosi modelli..." e simili. Non potrebbero dire cerca, oppure guarda o leggi, o che so io? No, fateci caso: dicono tutti scopri. Boh?

"VANTAGGI"
Nella pubblicità soprattutto automobilistica non si parla più di sconti ma di vantaggi. Si tende cioè a non abbassare il prezzo ma se mai a gonfiare il prodotto a prezzo invariato. La ragione è presto detta: mille euro di sconto sarebbero mille euro in meno per il venditore; invece, mille euro di vantaggi (merce in più) sono costati al venditore magari la metà, o ancor meno. Un bel vantaggio (per il venditore!) ...

"GRATIS 50% DI PRODOTTO IN PIU'"
nella pubblicità di shampoo, detersivi e simili. Questa non l'ha notata proprio nessuno, che io sappia. Proviamo a fare un conto: se per comprare un litro di prodotto spendevo 10 euro, con la formula "gratis 50% in più" ce ne compro un litro e mezzo, che a prezzo intero avrei pagato 15 euro. Qual è lo sconto per passare da 15 a 10 euro? Ma è il 33,3%. Vuoi mettere, però: scrivere "50% gratis" sembra ben di più, è molto più allettante che scrivere "sconto 33%".
Ovviamente, non possono scrivere "gratis 50%" e basta, altrimenti sarebbe appunto uno sconto 50%; però quel "di prodotto in più" è spesso scritto piccin piccino, e comunque quanti sono così attenti da capire la differenza? E' un po' la stessa cosa dei vantaggi: invece di farti uno sconto ti vendono più merce, ovvero ti fanno uno sconto in natura; però qui c'è quasi un raggiro verso i consumatori e stupisce che nessuna delle loro associazioni, spesso pronte ad insorgere per battaglie perse in partenza o non meritevoli, non abbia ancora avuto nulla da ridire.