mercoledì 4 febbraio 2026

LA GRAZIA (film) di Paolo Sorrentino, Italia 2025

Roma, Italia. Il Presidente della Repubblica si chiama Mariano De Santis. È un colto, raffinato, integerrimo ed esperto giurista, ma come uomo (vedovo e padre) è una frana: un figlio è dovuto scappare in Sudamerica e scrive testi rap; la figlia, giurista come lui, gli fa da assistente e vorrebbe insufflargli un po’ di umana pietas, ovvero lo vorrebbe convincere a firmare due provvedimenti di grazia per altrettanti omicidi dai risvolti commoventi, ma soprattutto a firmare una legge che renda lecita l’eutanasia. Ma lui non cede. Prende tempo, non è convinto, non se la sente neppure quando, a necessitare della buona morte, è un povero cavallo della scuderia. Assiste all’agonia, ma si rifiuta di dare l’ok al colpo di pistola. E se è così con un cavallo, figuriamoci con i casi umani.

Alla fine la figlia si stufa e va a raggiungere il fratello oltreoceano, lasciandolo solo col suo dilemma: conciliare umanità e diritto?

Taglierò qualche passaggio (anche perché, come i miei due vicini di cinema, qualche cascaggine l’ho patita) e arrivo al sodo. Sperimentata l’agonia e la morte senza aiuti del cavallo, e spinto dall’amor filiale, De Santis decide di andare in prigione a parlare con i due in predicato di grazia. È l’occasione per rivedere i luoghi piemontesi dove in gioventù aveva conosciuto la moglie, che lui ha amato di amore vero, e che lui pensa e ripensa ad ogni sigaretta che accende, ma senza riuscire a perdonarle una scappatella di ben quarant’anni fa. Anche in questo il suo approccio sentimentale è decisamente scarso.

Alla fine, senza che io stia qua a rivelarla (ma non è che sia poi tanto difficile da intuire), la soluzione si presenta sì, ma non come prodotto di una riacquistata umana pietas, ma come ulteriore scatto concettuale da fine giurista.

E fin qui tutto piuttosto bene. Non posso negare che questo film si faccia vedere e solleciti anche qualche interrogativo serio. Ma il problema sono i tic del regista, l’insopprimibile bisogno di adornare la pellicola di scene stancamente surreali, grottesche e soprattutto inutili. Mi riferisco ad esempio alla figura del papa, chissà perché rappresentato come un rasta giamaicano dai riccioli raccolti a coda e la papalina sopra, e che ancora sopra ci piazza un casco per svignarsela in motorino dall’amico troppo serio. Ma che c’entra?

E il robot-cane che gira per Roma e precede la processione quando lui lascia il Quirinale per tornare a casa? Vabbè, qualche senso ci si può sempre trovare, ma che bisogno c’era? E le sigarette? Valeva la pena di adottarle (come già avveniva in Parthenope) quali cifre di qualche presunto profondo significato?

Ma il tic più eclatante è l’appiattimento su un attore. Toni Servillo è bravo, va bene: basta guardarlo, dicono in tanti. Ma i film di Sorrentino sembrano confezionati sulla sua recitazione monocromatica e mono-espressiva. E alla fine, in tutto questo appiattimento, il film risulta a tratti noioso, proprio come l’attore. Al quale chiederemmo, che so, un vago accenno di sorriso, un’azione leggermente diversa dall’accendersi una sigaretta e tenerla nel mezzo della bocca… Per la verità qualche sgommata il Sorrentino glie la fa fare, come quando gli fa dire la parola “cazzo”, o quando lo mette a recitare un testo rap sotto gli occhi stupiti di un piantone simil-guardia svizzera. Ma è proprio da queste stonature che risalta l’incapacità del Servillo di uscire dal suo stereotipo, dalla gabbia della sua espressività immobile. Chissà che interpretazione avrebbe dato dello stesso ruolo, per dire, un Marcello Mastroianni – fermo anche lui, è vero, nel suo personaggio, però quanto più comunicativo!

In conclusione, questo è uno di quei film che non si possono ignorare, che vanno visti perché se ne parla e perché l’aspettativa è alta. Qui Sorrentino se la cava già meglio che nell’insopportabile e presuntuoso La grande bellezza, o nell’inguardabile Parthenope; però, devo dirlo, la disapprovazione fa a gara in me, forse vincendo, con l’apprezzamento.

 

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